Farmaci contro l'acidità in gravidanza, nessun rischio per il bambino
In passato era stata sollevata l'ipotesi che potessero causare problemi nervosi e psichici
L'assunzione dei farmaci anti-acidità durante al gravidanza non comporta un aumento del rischio che il nascituro sviluppi disturbi neurologici o psichici. È questa la conclusione a cui è giunto uno studio condotto da ricercatori del Kyung Hee University College of Medicine di Seoul e pubblicato sul Journal of the American Medical Association (Jama). I farmaci anti-acido, come i cosiddetti inibitori di pompa protonica, "sono comunemente prescritti durante la gravidanza per gestire il bruciore di stomaco e la malattia da reflusso gastroesofageo", illustrano i ricercatori. "Studi recenti hanno sollevato preoccupazioni per quanto riguarda il legame tra l'esposizione prenatale ai farmaci acidi-soppressivi e gli esiti avversi nei neonati o nei bambini, tra cui l'aumento del rischio di parto prematuro, malattie allergiche, asma e le principali malformazioni congenite". Non sono mancati inoltre studi che hanno sollevato il possibile legame tra questi farmaci e lo sviluppo di condizioni neurologiche come l'epilessia. Per verificare queste ipotesi, la nuova ricerca ha analizzato i dati relativi a quasi 3 milioni di coppie mamme-neonato: mezzo milione di loro era stato esposto ai farmaci anti-acido in gravidanza. I bambini sono nati tra il 2010 e il 2017 e il loro sviluppo è stato poi seguito fino al 2023. Se a una prima analisi, la ricerca sembrava confermare un piccolissimo aumento di rischio collegato all'assunzione dei medicinali da parte della mamma, indagini più approfondite che hanno preso in considerazione elementi come la familiarità hanno escluso ogni nesso: "l'esposizione a farmaci acido-soppressori durante la gravidanza non è stata associata al rischio di Adhd, né di disturbi neuropsichiatrici gravi, né di disturbo ossessivo-compulsivo, disabilità intellettiva o disturbi dello spettro autistico", concludono i ricercatori.
M.Vecchiarelli--LDdC